Per un mondo in cui la diversità è ricchezza
Il treno Della Vergogna

Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent’anni.
Si parte. Poco prima della stazione di (…) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: “No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap”. Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’umiliazione ripete “Handicap, handicap”.
I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.
La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po’ più di compassione.
Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c’entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia “deposizione”, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. “Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?” chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: “C’è l’assistenza”. “Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service” ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l’andata l’Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. “E lo sa perché?” ho concluso. “Perché quelle persone le braccia ce l’avevano…”.
Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l’evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.
La risposta del capotreno è pronta: “Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (…). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell’espressione del viso o nell’incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: “Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare”. Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.
Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l’impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.
Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. “Perché mi hai offesa”. “Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?” le domando sempre più incredulo. Risposta: “Mi hai detto che sono maleducata”. Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.
Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (…). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.
L’autore è scrittore ed editore
© Riproduzione riservata (30 dicembre 2009)
di SHULIM VOGELMANN
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Un mio piccolo commento a tutto questo.
Il mio stupore di fronte a questa vicenda è enorme. Di una tale vigliaccheria, che ogni persona su quel treno ha dimostrato di avere tranne chi ha scritto questa lettera. Sono pochi i commenti da fare. Quello che posso dirvi è che queste cose succedono e spesso. Avete diritti a chiedere il nome e la matricola degli interessati ( in questo caso i controllori) e informare l’azienda. Così come con i call center etc. Non potete chiedere Nome e Cognome, ma avete diritto di chiedere Nome e codice matricola.
| This entry was posted by Del Fante Guido on 30 dicembre 2009 at 14:50, and is filed under Cronaca e Sociale. Follow any responses to this post through RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |


circa 42 anni fa
circa 2 anni fa
lettura alternativa: nessuno ormai ha più paura dei vigili urbani e dei controllori ferroviari (a parte evidentemente il malcapitato), se le altre persone non sono intervenute è perché anche loro (come anche io, in una certa misura) erano convinte che la norma dovesse valere per tutti (la norma, cioè, di avere il biglietto o di pagarlo col sovrapprezzo).
circa 2 anni fa
Non è propriamente così. La persona non aveva le braccia. Assistenti trenitalia alle macchinette non ce ne sono. Il ragazzo ha dato i soldi al momento in cui è arrivato il controllore. Siamo ormai nel 2010, pace e rispetto dovrebbero essere nella cima degli insegnamenti.
circa 2 anni fa
Sì, siamo nel 2010, ma ormai non credo più al fatto che la società, nel complesso, migliori nel tempo; può benissimo peggiorare. La situazione, essendo particolare, avrebbe richiesto una gestione diversa da parte dei controllori, ma a me dispiace soprattutto per il disabile: sarebbe stato tutto più facile per lui se lo avessero educato a non comportarsi da disabile, a farsi carico delle proprie difficoltà (ad esempio, presentandosi in anticipo in stazione e chiedendo assistenza per il biglietto, se era possibile). Invece, continuava ad invocare la propria situazione di handicap. Il rispetto per me è fondamentale, è un principio che cerco di applicare sempre; ma non può essere imposto per legge, in queste cose funzionano meglio l'organizzazione ed i regolamenti (ad esempio, prevedere esplicitamente una assistenza in vettura in casi come questi), piuttosto che la compassione.
circa 2 anni fa
Sì, siamo nel 2010, ma ormai non credo più al fatto che la societ
circa 2 anni fa
Sì, siamo nel 2010, ma ormai non credo più al fatto che la societ
circa 2 anni fa
Sì, siamo nel 2010, ma ormai non credo più al fatto che la societ
circa 2 anni fa
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circa 2 anni fa
Credo che sia stato educato da disabile, essendo in treno da solo. LA persona in questione inoltre non poteva parlare, aveva difetti di dislessia. Senza braccia, dislessico, assenza aiuti trenitalia in stazione… il quadro è completo
Capiamo quello che lei sta dicendo, ma qui la compassione non c'entra più di tanto.
circa 2 anni fa
devo ammetterlo, argomenti ben più che convincenti
circa 2 anni fa
Non sappiamo se sia ironico o meno, ma la questione va ben oltre purtroppo il bianco e il nero. Saluti
circa 2 anni fa
non ero ironico, forse però mi sono espresso in maniera equivocabile